Con la scomparsa di Paolo Galluzzi, lo scorso 29 ottobre, la museologia italiana perde una delle figure che più hanno contribuito, nell’ultimo mezzo secolo, a ripensare il museo come istituzione di ricerca. Allievo di Eugenio Garin e collaboratore di Tullio Gregory, Paolo Galluzzi è stato uno storico della scienza di statura internazionale, professore ordinario a Siena e poi a Firenze, ha tenuto lezioni e seminari anche all’estero (come Princeton – Institute for Advanced Studies, Centre Koyré ed École des Hautes Études, MIT di Boston), è stato Visiting Professor a Harvard, Caltech, Stanford; ha diretto per quasi quarant’anni, dal 1982 al 2021, l’Istituto e Museo di Storia della Scienza, divenuto nel 2010 Museo Galileo – Istituto e Museo di Storia della Scienza. Ne è poi stato Presidente Onorario. In quella lunga stagione ha dato forma a un’idea di museo che resta, ancora oggi, un riferimento essenziale per quanti hanno a cuore il patrimonio culturale.
Il museo come istituto di ricerca
Per Galluzzi un museo non poteva limitarsi a custodire ed esporre. Doveva reggersi su un piano di ricerca serio e continuo, e dialogare con l’università e gli istituti di ricerca in modo strutturale, non occasionale. La sua stessa biografia lo testimonia: per tre decenni la direzione del museo e la cattedra universitaria hanno proceduto insieme, alimentandosi a vicenda. Da questa convinzione discendeva una concezione ambiziosa del lavoro museale, nella quale la conservazione delle collezioni, la cura del pubblico, l’attività editoriale (ne sono espressione le riviste che ha diretto o fondato, dagli «Annali dell’Istituto e Museo di Storia della Scienza» a «Nuncius» e «Galilaeana», e le molte collane editoriali curate) e lo sviluppo di strumenti digitali di ricerca e consultazione dovevano essere presidiati contemporaneamente, come parti di un unico progetto scientifico. La concreta realtà dei testi, lo studio rigoroso delle fonti, incluse quelle straordinarie fonti materiali della storia della scienza che sono le collezioni museali, erano per Galluzzi il banco di prova di una nuova strada della museologia contemporanea, tutta orientata a fare dell’istituto museale una organizzazione autorevole non solo per la ricchezza del proprio patrimonio, ma per la qualità delle sue produzioni. Sotto la sua direzione venne elaborata, in collaborazione con l’ICCD, la prima scheda catalografica per il patrimonio storico-scientifico, a metà degli anni ’80.
Le tecnologie digitali al servizio delle fonti
Il suo contributo forse più lungimirante riguarda l’uso delle tecnologie dell’informazione per lo studio delle fonti documentarie e delle collezioni. Dopo l’esperienza al Lessico Intellettuale Europeo, nel corso della quale aveva realizzato su supporto digitale il Lessico delle opere di Galileo, Galluzzi decise di istituire all’interno del museo già negli anni ’80 un laboratorio multimediale, seguito pochi anni dopo da una unità web, entrambi al servizio dei progetti del museo. Nel 1994 seguirono i CD-ROM delle mostre «Gli ingegneri del Rinascimento» e «Homo Faber», e poi il Sistema Informativo e il sito web dell’Istituto, premiato nel 1999 con il Premio Denis Diderot. Su questa base sono nate le biblioteche e le teche digitali che hanno anticipato molte pratiche oggi diffuse nelle digital humanities. Esemplare è Leonardo//thek@, ambiente di consultazione che rende immediatamente accessibili, in un unico sistema, i manoscritti di Leonardo da Vinci e le risorse necessarie a studiarli. Accanto ad essa sono nate Galileo//thek@ (2018) e le teche dedicate agli archivi di Raffaello Caverni (2021) e Antonio Favaro (2024). Non semplici repertori di immagini, ma ambienti di ricerca in rete, implementabili dagli stessi utenti.
Un impegno per i musei e per la cultura scientifica
Galluzzi ha sempre guardato oltre i confini della propria istituzione. Ha partecipato a molti gruppi di studio e supportato scientificamente la nascita e lo sviluppo di istituti di ricerca e di musei in Italia e all’estero, seguendo da vari osservatori l’evoluzione delle politiche di settore, come nel caso della sua partecipazione al Consiglio Superiore dei Beni Culturali. Dal 1988 al 1998 è stato Vice-Presidente, con funzioni di coordinamento, del Comitato Nazionale per lo studio, la tutela e la diffusione della cultura scientifica e storico-scientifica, voluto da Antonio Ruberti. In quella veste elaborò un documento sulla necessità di dotare il Paese di un Sistema Nazionale di Musei tecnico-scientifici e coordinò il Progetto Strategico del CNR per la valorizzazione del patrimonio tecnico-scientifico d’interesse storico. Il suo impegno si colloca negli anni in cui la diffusione della cultura scientifica trovava un primo riconoscimento normativo con la legge 28 marzo 1991, n. 113 (oggi legge n. 6 del 10 gennaio 2000), a cui diede un contributo decisivo.
Le grandi mostre temporanee
Galluzzi ha fatto della mostra temporanea uno strumento di ricerca e di comunicazione insieme, capace di portare la storia della scienza italiana nelle principali sedi internazionali. Basti ricordare «Gli ingegneri del Rinascimento», presentata tra il 1996 e il 2011 a Parigi, Firenze, New York, Londra, Tokyo, Pechino, San José e Tunisi; «Homo Faber»; «La mente di Leonardo»; «Galileo. Immagini dell’universo dall’antichità al telescopio» (2009); fino a «L’acqua microscopio della natura», dedicata al Codice Leicester (2018-2019). Ogni esposizione era accompagnata da cataloghi in italiano e in inglese che hanno fatto testo negli studi.
Un lavoro che continua
Fino all’ultimo Galluzzi ha continuato a studiare e a scrivere, offrendo sempre contributi originali capaci di resistere nel tempo (prova ne è la recente pubblicazione da parte di Springer della edizione inglese della sua opera “Momento. Studi galileiani” del 1979, contributo fondamentale per lo studio della statica e della dinamica in Galileo). A Galileo e il suo tempo, a Leonardo da Vinci e gli ingegneri del Rinascimento, Galluzzi ha dedicato numerosi contributi scientifici, estendendo il suo sguardo a diverse forme del sapere, in dialogo costante con la storia dell’arte, la linguistica, la filologia delle macchine e molte altre. Per le Edizioni Museo Galileo, in coedizione con Pacini Editore, nel 2026 vedono la luce due volumi (uno già pubblicato, uno di prossima pubblicazione) che riprendono e approfondiscono le sue ricerche sulla stagione galileiana: «Anatomia di una censura. I matematici gesuiti tra “santa obbedienza” e libertà di opinione (1614-1636)» e «Cambiare per conservare. Scontri, confronti e patteggiamenti sulla nuova immagine di uomo, natura e cosmo (1610-1633)». Quest’anno la Società Italiana di Storia della Scienza gli ha conferito il Premio alla Carriera, un “riconoscimento per il suo eccezionale contributo alla diffusione della cultura scientifica e allo sviluppo degli studi storico scientifici in Italia e nel panorama internazionale”.
Chi ha lavorato con lui ricorda il rigore, l’ambizione dei progetti e la capacità di tenere insieme erudizione e visione istituzionale. Il modo migliore per onorarne la memoria è continuare a lavorare affinché i musei siano, come li ha voluti, luoghi di produzione della conoscenza prima ancora che di esposizione.
Roberto Ferrari
Direttore esecutivo del Museo Galileo – Istituto e Museo di Storia della Scienza, Firenze.