ICOM Italia risponde al Comitato No Lombroso

 

Lo studioso Cesare Lombroso, fondatore dell'Antropologia criminale, elabora le sue teorie nell’ambito della scienza positivistica che orientava gli studi “verso la quantificazione statica, la sperimentazione e l’evoluzionismo: fissate dallo studio della materia e del vivente, queste dimensioni epistemologiche avrebbero dovuto caratterizzare anche l’approccio scientifico all’uomo” (Miche Nani, Lombroso e le razze, in “Cesare Lombroso e le razze”, Torino 2009).

I risultati raggiunti da Lombroso, oggi rifiutati dagli scienziati, sono una tappa della ricerca antropologica: la conoscenza procede anche attraverso gli errori e di questi essa si avvale perché non vengano ripetuti.

Nel Museo di Antropologia Criminale Cesare Lombroso dell’Università di Torino, e nella guida che lo accompagna, frutto del lavoro di un gruppo di studiosi qualificati, si sottolinea con estrema chiarezza: “Il nuovo allestimento vuole fornire al visitatore gli strumenti concettuali per comprendere come e perché questo personaggio così controverso formulò la teoria dell'atavismo criminale e quali furono gli errori di metodo scientifico che lo portarono a fondare una scienza poi risultata errata.”

I metodi utilizzati nello studio dei crani, e dei resti umani in genere, si iscrivono nella storia degli studi anatomici e delle ricerche mediche: in ogni tempo e in ogni paese il fatto di trattare i corpi umani come oggetto della scienza ha urtato sentimenti religiosi e non, ma ogni progresso della conoscenza è stata una conquista.

La conservazione dei resti umani sotto forma di scheletri e di tessuti mummificati solleva in ogni caso problemi di ordine etico, che peraltro non sono stati posti, fino a non molti anni fa, nell’ambito dei musei, dove prevalgono i principi di legittimità scientifica e di tutela del patrimonio.

La raccolta di reperti osteologici realizzata da Lombroso, da quando è divenuta di proprietà dell’Università di Torino, appartiene, a tutti gli effetti, a un museo pubblico che come tale è tenuto a seguire il Codice dei Beni Culturali (DLgs 22 gennaio 2004), che agli artt. 10 e 20 così recita:
Sono beni culturali le cose immobili e mobili... che presentano interesse artistico, storico, archeologico, etnoantropologico. (art. 20 comma 1)

I beni culturali non possono essere distrutti, deteriorati, danneggiati o adibiti ad usi non compatibili con il loro carattere storico o artistico oppure tali da recare pregiudizio alla loro conservazione. (art.20 comma 1) In particolare, le collezioni anatomiche quando entrano in un museo acquisiscono uno status nuovo e diverso rispetto a quello originale di cadaveri umani: sono beni tutelati e la loro dispersione sarebbe la negazione di ogni etica museale.

Per rispondere dunque al quesito posto dal Comitato “No Lombroso”, si devono considerare due punti di vista:
(a) l’interesse strettamente scientifico delle collezioni sottoposte a norme, prima richiamate, che regolano la loro conservazione;
(b) il contesto filosofico e ideologico delle richieste di restituzione dei resti umani.

Su questo ultimo aspetto il Codice Icom all'art.4 , comma 4°, recita:
“Il museo è tenuto a rispondere con prontezza, rispetto e sensibilità a eventuali richieste avanzate dalle comunità di origine di ritirare dall'esposizione al pubblico resti umani oppure oggetti sacri o di valore rituale. Analogamente, dovrà rispondere prontamente a eventuali richieste di restituzione dei materiali. La politica adottata dai musei deve stabilire con precisione le procedure da seguire nell'ottemperare a tali richieste”.

E’ opportuno soffermarci sul concetto di “comunità di origine”.
L’esempio richiamato dal Comitato “No Lombroso”, che riguarda la restituzione alla Namibia, da parte delle autorità tedesche, di 20 crani di vittime del colonialismo germanico dell’inizio del Novecento, ha una fattispecie del tutto diversa rispetto alla richiesta di restituzione di reperti antropologici conservati nel Museo Lombroso di Torino: molti crani non hanno dati di provenienza né sono stati identificati e comunque provengono da regioni italiane. Giuseppe Vilella, nato in Calabria e morto all’Ospedale di Pavia nel 1864 (secondo quanto risulta dalle carte d’archivio) è da considerare, a tutti gli effetti cittadino italiano, membro cioè di una Nazione che si è formata con l’unificazione e con l’apporto di tutte le comunità della penisola.

Il Museo torinese che, con attenzione, con rispetto e con la pietas dovuta ad ogni individuo, ne conserva il cranio, ha inscritto nella sua mission “l’impegno di negare la teoria dell'atavismo criminale e di mettere in evidenza gli errori di metodo che portarono Lombroso a fondare una scienza poi risultata errata”.

La restituzione dei resti (per seppellirli? per conservarli, ma dove?), operazione peraltro non consentita dall’attuale Codice dei Beni Culturali, disperderebbe del tutto una memoria, certamente dolorosa, che fa parte della travagliata storia del nostro paese.

Il Consiglio Direttivo di ICOM Italia